Il Real Esercito delle Due Sicilie è stato, insieme all’amministrazione del Regno di Napoli, l’istituzione più denigrata e irrisa dalla biografia ufficiale sin dal periodo risorgimentale. Ancora oggi, su molti testi scolatici, viene proposto come un coacervo di volgari e meschini individui dediti al personale interesse e alla difesa di una pusillanime dinastia.
Pertanto, come non disprezzare quegli uomini e tale istituzione? Questo pensarono, soprattutto tanti giovani italiani e tanti meridionali, cresciuti nel mito risorgimentale garibaldino e sabaudo. Persino con l’avvento della Repubblica questa tendenza non è cambiata, e ancora oggi, seppur con i primi distinguo, si continua a raccontare quella stessa storia.
Ma chi erano realmente quegli uomini da cui tutti prendono doverosamente le distanze da ben 150 anni? Erano realmente un’accozzaglia di gente vile e senza onore o questa visione è soltanto frutto di una parte della retorica risorgimentale?
Prima di tutto pare doveroso chiarire che costoro, secondo il diritto internazionale, non appartenevano a un esercito di invasori, a differenza dei garibaldini prima e dei piemontesi poi, non parlavano un’altra lingua come il primo re d’Italia e non provenivano da luoghi e regni lontani come alcuni garibaldini. Loro erano figli di quella stessa terra che difendevano, ne portavano il nome, ne parlavano la lingua e ne respiravano la stessa aria. Erano giovani uomini nati e cresciuti nelle province al di qua e al di là del faro e molti di loro non conoscevano altro luogo se non la terra natia.
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